domenica 4 novembre 2012

PREMIO “ADOLFO CELI” 2013 – MESSINA

PARTE LA 6a RASSEGNA TEATRALE “ZANCLE” con FIMMINA di FABIO LA ROSA

di Lally Famà


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Sabato 3 novembre c.m., alle ore 21,00, al teatro stabile “Zancle”, presso l’Istituto “Sordomuti di Cristo Re”, di Messina, l’Associazione Culturale Teatrale “Ledimigi” ha presentato la 6a Rassegna teatrale “Zancle”, Premio “Adolfo Celi” 2013, con la direzione artistica di Mimmo Giuliano, che ha prodotto un cartellone di tutto rispetto e che ha saputo selezionare un’assortita giuria tecnica di qualità, che seguirà, con attenzione, l’intera rassegna fino alla conclusione prevista domenica 28 aprile 2013. La giuria è presieduta dal dott. Lillo Alessandro e ne fanno parte, altresì, il cav. Aristide Casucci, la prof. Anna Chiofalo Melina, il dott. Domenico Interdonato, il dott. Pippo Augliera, il dott. Pippo Crea [autore del ritratto del compianto attore Adolfo Celi (quadro presente in sala per l’intera durata della rassegna)], la dott. Titti Mazza Grassi, e Giovanna Lally Famà, che, insieme alla valutazione del pubblico, stabiliranno i vincitori finali.


 

Si transita nel secondo lustro, con l’orgoglio di aver selezionato diciotto spettacoli teatrali di qualità; la maggioranza delle compagnie teatrali sono di Messina e provincia, con una rappresentanza calabrese e una pugliese. Le commedie teatrali che si terranno, a cadenza settimanale, saranno presentate da Emanuela Giuliano, che ha tracciato, in linea generale, l’intero percorso della manifestazione; la Giuliano si è soffermata a presentare, anche, il Premio che spetterà alla migliore compagnia, dedicato all’indimenticato attore messinese e Maestro di teatro Adolfo Celi, inserito, magistralmente, nella rassegna teatrale. Graditissima la presenza della nipote, dott. Annamaria Celi, in veste di ospite d’onore dell’intera rassegna.


 

Ottima la presenza di pubblico per il primo appuntamento della stagione, che è stato avviato dalla compagnia teatrale di Fabio La Rosa, di Villafranca Tirrena (ME), con l’opera Fimmina (portata sulla scena per la prima volta).


 

Personaggi ed interpreti della serata: il regista Fabio La Rosa, che ha interpretato Calorio e Iacopo (emigrante); Sabrina Mostaccio (Gina, moglie di Calorio; e Ianciulina, moglie di Jacopo); Maria Domenica Terranova (Saridda, donna picchiata dal marito); Maria Lombardo (Santina, donna abbandonata da Turi); Osvaldo Scolaro (padre di Gina); Giovanna Manetto (Za Maritta, ‘A mavara; e Giuanna, mamma che ha perso il figlio nel pozzo). Figura molto importante quella della cantastorie, Emilia Patti, che con simpatiche rime, ha introdotto un “episodio” dopo l’altro. Scenografia di Rubens Esposito e Chiara Manetto.


 

Sarà lo stesso Rubens Esposito che, con il suo prologo iniziale, ci addentrerà in quello che sarà il tema centrale della tragi-commedia: la “donna”, quella di tutti i giorni, vista in dimensione realistica e quotidiana, tema che, a suo dire, mai come oggi, “viene, ripetutamente, affrontato per fatti oltraggiosi che, recentemente, la vedono vittima indifesa”.


 

Quindi, la “femmina” del regista di questa sera è colei che racchiude (e incarna in sé) il dolore per una vita “governata” da continui patimenti e affanni, di cui il regista La Rosa, con sapiente maestria, intreccia e, poi,compendia, in cinque storie, quella delicata sfera femminile, però quella più colpita e vessata dalla vita, dove vivono donne “martiri” del loro destino, in un “mesto” silenzio; donne maltrattate, calpestate, prima “usate”, abusate e poi ignorate, tutte accomunate da un unico dolore, quello di trovarsi nei panni di “chi” [o, per meglio dire, “cosa” (?!!)] non avrebbero mai voluto diventare, dove i loro sogni sono stati uccisi, lentamente, da una realtà ineffabile; panni scomodi, talora, anche martoriati da una vita che le ha, disonestamente, maltrattate, che le ha messe a dura prova fino a riuscire a far sentire, al pubblico presente in sala, le urla di un dolore disperato provenire dalla loro anima malata e, duramente, provata, ma saranno la forza di volontà e l’amor proprio che riusciranno a scardinare le barriere di quella loro prigione, le stesse che, a prima vista, sembravano insormontabili.


 

Succubi di una realtà dura e crudele, dove comune denominatore, per ognuna di loro, sembra essere una lenta eutanasia (inesorabile e, quasi, mortale!), le donne di borgo Pantano (luogo ove si svolgono le storie) si rivolgono alla mavara, za Maritta, che la stessa indirizza verso il “pozzo”, che, a suo dire, avrebbe, per ognuna di esse, il giusto rimedio per risolvere tutti i problemi; quel pozzo sembrerebbe avere una sorta di misterioso beneficio contro i mali di chi ha bisogno aiuto, o di un.. miracolo.


 

Ed è intorno a quel pozzo che trovano “rimedio” le cinque “femmine” della nostra commedia e, intorno ad esso, si dipanano, come per incanto, le loro storie, dapprima “irrisolvibili”. Ma il pozzo dei “miracoli” non è altri che una presa di coscienza della propria esistenza, un “guardare” in faccia la realtà e l’orizzonte del nostro domani, per non rimanere ancorati a tristi episodi di vita o ad attese insperate, tessendo intorno (quasi, inconsapevolmente) una tela “mortale”; il pozzo rappresenta il coraggio, la determinazione e la volontà che abitano dentro di noi, a cui, spesso, non riusciamo a dar voce e sfogo. E le urla di dolore, che provengono da dentro, sono le urla di un’anima che non vuol morire, ma vuol vivere.. anche i sogni!